Giampiero Tanzillo
Opera 1^ classificata
I
Il mare, quando tace,
è parola più vera di Dio che l’ha sognato.
Ed io l’ascolto per disimparare.
Perché l’acqua non è altro che memoria
d’un Creatore che scelse di dimenticarsi.
II
Io che non ho più nulla, purché
resti la cifra — non l’oggetto — il graffio
nel tufo come un cartiglio sopravvissuto;
che la mia mancanza sia non sottrazione,
ma liturgia del poco, un’ascesi d’inchiostro
dove l’assenza s’addensa in segno.
Non invoco scampo: chiedo un alfabeto
da incidere sul margine del pane;
che l’olio antico stilli dal solco
custodia d’una stirpe terragna,
e tra le strade disfatte della mente
ogni rovina torni sillaba, e ricomponga.
Non è mare: è pergamena d’acqua,
dove scorrono gli appellativi aboliti
e una bilancia invisibile pesa
colpa e rinascita di chi passa.
Io leggo e mi leggo: palinsesto vivente,
glossa al margine del mio stesso respiro.
Io che non ho più nulla, purché
la tua voce remota sia cifra e ritorno,
non promessa ma chiosa sul lembo;
e un dito, ferito dal calcare, attesti:
qui, nel minimo, ancora si compie
la misura dell’umano.
Lucia Ingegneri
Opera 2^ classificata
Puro e seducente
Allontano dalla mia mente
atti di ingiustizia conclamata,
dilemmi che non si consumano
nel chiedersi
se frane umane cosi evidenti
siano causate da perdita di coscienza
o da consapevole convincimento.
Voglio assaporare la carezza del silenzio
mentre lo spirito della vita
sprigiona il suo auspicio
al sorgere dell’aurora,
fascio di sole
che getta la sua esca sul mio cuore
per un giorno di vita
avvolto da pensieri vaganti e leggeri
come falena sulle gemme più odorose,
momenti incisi da nastri emozionali
al pari di allettanti note musicali.
Le ore si colmano di delicate sinfonie,
angelico sentire puro e seducente
come creatura appena nata.
Anna Gioia Paris
Opera 3^ classificata
Ci sono giorni
Ci sono giorni
che, sì, ti rubano il passo
e ti regalano
invalicabili ostacoli
su strade confuse
che si parano ad occhi smarriti,
forse,
malati di nebbia.
Ho astenici arti
che non mostrano alcuna resistenza
ad ingombranti fardelli
quando pesanti sussulti
sorgono dal cuore in affanno.
Ci sono giorni
in cui il respiro inciampa
con dolore
su aguzzi cocci di vita.
La mente, laboratorio incessante,
si ostina a porgere domande
a risposte negate.
E come scoglio eroso da venti,
la fiducia resta
logorata da dubbi.
Sergio Baldeschi
Opera 4^classificata
Morfogenesi del sé
All’alba di una luce morfogenetica,
coltivo carezze stroboscopiche
per lubrificare la mia carne arrugginita
dall’accumulo di frattali d’inquietudine.
Sbocciato sotto il segno di un dio zoppo,
sono cresciuto dentro una crisalide d’acciaio,
tra il balbettio di atomi dispersi
e cattedrali di tubi scintillanti,
nell’ossario di una creazione oscura,
dove Cerbero, mi fece vertebra
della sua deforme sagoma.
Incatenato nel mattatoio dei sogni,
tra vapori fotonici e trucioli di coscienza
riesco ancora ad ingoiare sudore
e a stringere i denti tra ferri e silenzi.
Solo nelle limature di tempo,
riemerge a cuore aperto,
il santuario d’amore che mi vide bambino.
Dentro l’essenza di una preghiera,
rivedo il convegno di mani antiche,
le dita di una madre, tessitrici di dolcezza,
che avvolgono la mia sfibrata epidermide
in un’ellisse di tenerezza inesausta.
Un soffio che disarmava tempeste interne,
dove il fardello, diventava canto d’alabastro,
un’incantazione eterna per lo spirito.
In questa mitosi emozionale,
l’anima fluttua tra haiku stellari
e calligrammi d’estasi primordiale,
con due lacrime di luna
che, invisibili, s’innalzano verso il mistero.
Nell’ultimo riflesso di un cielo acerbo,
un abbraccio quantico d’oltrecuore
mi fa dimora di un respiro senza forma.
Non sono più io a sognare il mondo,
ma il mondo… a sognare me.
Gian Albo Ferro
Opera 5^ classificata
Es
E adesso scenderemo
nei rutilanti gorghi della follia
lungo le faglie stridenti del tempo
ad inseguire l’ultimo mandala
e poi giù, giù
finché pianteremo i nostri arpioni
sull’orlo estremo
dell’abominio.
Solo allora potremo librarci
trepide falene
fino ai confini del nulla
a frugare tra le ceneri
degli ultimi soli
sotto cupi archi di tenebra
mentre già si dilegua
la nostra anima
nel tardo fluire del sogno
senza difesa, senza inganni,
senza ricordo.
Francesco Buffoli
Opera 6^classificata
L’ultima volta
L’ultima volta che abbiamo parlato ho mentito.
Ti ho trasformata in uno strumento
per raggiungere un mondo immaginario
creato dentro i tuoi occhi, oltre il tuo corpo,
ma in cuor mio ho sempre saputo che ci separava un abisso
capace di impedire alle nostra grida di raggiungersi.
Una distanza così piccola e così crudele
che le nostre coscienze non hanno saputo colmarla,
e così posso parlarti solo dentro la mia mente,
e confessarti che sì,
ti ho mentito,
che vorrei potermi vedere attraverso i tuoi occhi,
e che sono sicuro che in futuro non mi somiglierai,
sarai molto più allegra e bella di quanto io non potrò mai essere,
e che persino la coincidenza che ci ha fatti incontrare
è destinata a rimanere un enigma inspiegabile,
un corridoio oscuro dell’Universo dove si incontrano solo le anime
e i corpi che hanno dimenticato come si fa a respirare.
Quando avrai varcato la soglia
della tua vita, come io ho fatto con la mia,
e quando nel labirinto dei tuoi pensieri
cammineranno solo i morti,
decine di persone un tempo vive e presenti
e adesso morte, distanti, inavvicinabili,
capirai di aver raggiunto il deserto arido
che si trova dentro ciascuno di noi,
e che quello è l’unico luogo in cui
ci è concesso di vivere.
Lucia Lo Bianco
Opera 7^ classificata
E vince Marte ancora una battaglia
(contro tutte le guerre)
In questo tempo che crolla sulle ciglia
bocche di pietra distruggono certezze,
tra rade nuvole di cocci di cemento
e gocce che stillano su assi di dolore.
In questi giorni persi e sprofondati,
sconfitti in finali di partita non previsti,
crescono fili d’acciaio senza speranza
e scorre acida la pioggia sopra i solchi.
In questi anni senza pace e senza luce
i bimbi vagano tra tagli ed incisioni,
le loro mani sono clessidre di cristallo
mentre Marte vince ancora una battaglia.
Solo un racconto senza libri e senza storia,
la bieca guerra che ricuce le parole
lasciando segni di terribile bellezza
sulle pareti massacrate di scintille.
In questi vuoti d’aria senza posa
Marte vince ancora una battaglia.
Maurizio Brigandì
Opera 8^ classificata
Autunno
Lascio andare.
Mi spoglio
d’ogni foglia secca
d’ogni superfluo
pronto ad affrontare
leggero
le rigidità dell’esistenza.
Ovunque attorno a me
nel parco immenso della vita
sfumature calde d’autunno
segni di matura caducità
e bellezza senza tempo.
Monica Sambo
Opera 9^ classificata
Scorre
Scorre lo sguardo
sbiadisce la vita,
la fatica d’un ricordo
stropicciato in un risveglio.
Scorre il respiro
su rotaie di cristallo,
in un valzer di speranze
con un blazer d’esperienze
e in valigie, fumo bianco.
Quess Renor (A.A.)
Opera 10^ classificata
Destino che non si sposta
Accendo il quadro.
Non è ancora giorno. Non serve.
Il motore si scuote come un corpo che rifiuta di restare.
Lo specchietto osserva.
Io proseguo.
Da vent’anni la stessa traiettoria.
La donna alla finestra accende il primo fumo.
La fiamma trema appena.
Il vecchio col cane immobile alla roggia.
Eppure li vedo ogni giorno.
Le porte sbadigliano.
Entrano respiri senza nome.
Lingue che non riconosco.
Parlano tra loro. Mai con me.
La radio tace. Come se sapesse.
Il gas attraversa i polmoni.
L’odore si è ritirato da tempo.
Resta il peso, e nient’altro che il peso.
E la certezza che domani sarà identico a questo.
Non uno scarto. Nemmeno un respiro.
Una bambina alla fermata.
Mi guarda soltanto.
Non sorride. Non parla.
Quando scende, alza la mano.
Resto immobile.
Il motore vibra.
Come qualcosa che resiste
senza sapere perché.